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Stavo scrivendo un altro articolo, ma dato che, come ricorda il noto hadīth, life is what happens to you while you’re busy making other plans, ho pensato che sarebbe stato fondamentale mettere il mondo a parte dei pensieri che ho avuto sul 134 mentre, imbottigliato nel traffico, maledivo la mancanza di previdenza che, di tanto in tanto, mi conduce a salire sul bus con un solo paragrafo mancante prima di finire il libro che sto leggendo e senza una lettura di riserva. Stamattina, letto il paragrafo in cinque minuti e non sapendo come impiegare il resto dell’ora di commute (a meno che non consideriate avvincente leggere la bibliografia di Scripture and Exegesis in Early Imāmī Shiism), ho pensato a questo post.

Dunque, ieri sera Gioia ha dato un’occhiata al mio blog e ha commentato: ‘Se vai a leggere le homepage di un marchio di profumeria a caso, nel novanta per cento dei casi cominciano come hai cominciato tu il blog, con memoria, ricordi e balle varie’. ‘Vabe’, o, checcidevofare? – le ho risposto – , la memoria è importante nella profum…’ – ‘Puoi fare di meglio.’ Poi si è rimessa a guardare Della Valle da Santoro (perché poi quella di Della Valle sia considerata una voce da ascoltare, per me rimane un mistero, ma tant’è).

Allora, colpito nel mio amor proprio, ho pensato a un esercizio che forse potrà essermi utile in futuro: cercare di parlare per una volta di profumi senza ricorrere al concetto di memoria o cose simili. Certo, più facile di pronunciare un sermone in arabo senza usare la lettera alif (la prima lettera dell’alfabeto arabo e di gran lunga la più frequente), come riuscì all’Imam ʿAlī b. Abī Ṭālib; o sicuramente più facile anche di scrivere un intero romanzo senza usare la lettera ‘e’. Ma pur sempre un esercizio.

Dunque, ieri sempre Gioia mi ha fatto provare un profumo ispirato ad un’immagine in movimento: un gentiluomo russo del XIX secolo che si imbelletta e si profuma nella camera della sua dacia, in pieno inverno, scende nella stalla dove è legato il suo cavallo, salta in sella e si avventura in un bosco innevato. L’apertura è piuttosto ovvia: di che cosa si può profumare un gentiluomo russo (io mi immagino un tipo simile ad Andrei Stolz, il fiero eroe nobile, amico di Oblomov  nel romanzo di Gončarov – se non avete letto Oblomov, smettete immediatamente di fare qualsiasi cosa stiate facendo, procuratevi il libro e leggetelo – che poi era mezzo tedesco, ma rende l’idea: è una specie di Aragorn dell’ottocento russo) del XIX secolo, se non di lavanda e violette? Ma l’apertura finisce presto, di colpo: il gentiluomo ha fretta e verso la stalla ci va di corsa: alla viola subenta quasi immediatamente un’odore di cuoio, fieno, grasso e cacca di cavallo (sì, non ho sbagliato a scrivere: proprio merda di cavallo). L’odore dura un po’ – le violette e la lavanda rimangono sotto la soglia della percezione sensibile, ma ci sono e ci tengono a fartelo presente – perché quello della stalla a me sembra il tema principale del profumo e non lo abbandona più. Sì, poi quando Stolz entra nel bosco a cavallo, si avverte l’odore di betulla e abete, ma poco, che fa un freddo bestia e non è il clima ideale perché gli odori del bosco prevalgano su quelli del cavallo.

oblomov

Quello che volevo dire è con questo post è che, in fondo, alle persone piace che gli si raccontino storie. Questa attitudine a farsi raccontare storie ha due lati, uno positivo e uno negativo. Quello negativo ha a che vedere con il fatto che ci sono ancora persone che votano PD, credendolo un partito di sinistra solo perché la dirigenza del partito somministra loro la narrativa del ‘popolo di sinstra’ eccetera (parliamo di gente, giova ricordarlo, che non ha saputo esprimere un piazzista leader migliore di Renzi). Quello positivo invece riguarda la capacità delle storie di trasformare la realtà, tanto quella interiore quanto quella esteriore: se i creatori del profumo di cui sopra non avessero raccontato la storia del gentilumo russo, esso sarebbe rimasto un ottimo profumo, ma niente di più. La storia che Gioia mi raccontava mentre il profumo si trasformave sulla mia pelle, invece, lo ha mutato in un viaggio dell’immaginazione.

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